19 marzo 2016

Italian reports • 37

Buon pomeriggio wordsbookiani!!!

Tra poco mi tocca andare dal dentista. Odio questi momenti perché mi viene sempre un po' d'ansia anche se è una semplice visita. Devo essere stata traumatizzata da piccola perché altrimenti non mi spiego questa avversione.

Comunque, siamo arrivati all'ultimo appuntamento con Italian reports e, in questo post vi presento il romanzo  La mia sosta perfetta di Diego, edito da Lettere Animate Editore.

Il romanzo racconta uno spaccato di vita vera, tra sudore, passione, voglia di ricominciare e tanto amore. È la storia di un ragazzo che non vuole più vivere nell'ombra, un ragazzo che ha la testa piena di musica e parole che non riesce a pronunciare. La storia dell'autore, che scrivendola è riuscito a liberarsi.


Italian reports
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La mia sosta perfetta
La mia sosta perfetta
di Diego

Editore: Lettere Animate Editore
Pagine: 192
Prezzo: 1,49 €
Formato: eBook
Data d'uscita: 21 gennaio 2016
Link d'acquisto: amazon.it

Trama:
Una volta mi è stato detto di scrivere solo delle cose che conoscevo e di cui avevo avuto esperienza perché, sulle pagine, sarebbero sembrate molto più vive. Questo libro è tutto quello che so e, per me, queste pagine trasudano vita a ogni parola. Spero che voi possiate sentirla, perché, adesso, sono così grato di poterla avere che quasi mi esplode il cuore.


"Ho letto da qualche parte che è impossibile non pensare a niente, che il nostro cervello non può smettere nemmeno per un secondo, eppure mentre guardo queste luci illuminare la notte mi sembra di non pensare assolutamente a nulla. Guardo in silenzio questo spettacolo e semplicemente mi sento parte di qualcosa di magnifico, mi sento leggero, una bolla che velocemente sale verso il cielo per intrappolare al suo interno una di quelle scintille. Quando il cielo torna nero e non ci sono più luci a rischiararlo, se non le stelle, Sara balza giù dalla balla di fieno e mi invita a fare lo stesso. Ha visto delle macchine poco lontano da qui. Sono tre, una al fianco dell'altra. Sembrano tre oggetti dimenticati in una vecchia cantina, ricoperti di polvere. Alcuni vetri mi sembrano rotti, ma non ci vedo bene da così lontano. Sono sotto un lampione che le illumina di una luce stanca e aranciata.
«Vieni, voglio ballare» mi dice Sara.
La strada per le macchine è buia e Sara inizia a correre perché so che il buio la terrorizza. Io le corro dietro e anche se dura poco quando mi fermo ho un po' di fiatone. Saliamo sul cofano della macchina al centro e poi sul tetto e sotto un mare di stelle iniziamo a ballare. La musica arriva a noi come un sussurro, ma è sufficiente nel nostro silenzio disturbato solo dal rumore dei nostri piedi che calpestano il tetto dell'auto. Le braccia di Sara sono chiuse sulle mie spalle e io la stringo appena sui fianchi e il nostro ballare è semplicemente ondeggiare un po' perché nessuno dei due è capace di ballare seriamente. La musica sfuma qualche secondo dopo che abbiamo iniziato e un applauso appena accennato ci raggiunge. Continuiamo a stringerci e ondeggiare anche senza musica. La musica adesso sono i nostri passi, sono il ritmo che scandisce questa notte. Siamo due cuori infranti, appoggiato l'uno sull'altro e che si tengono su a vicenda. Mi rendo conto che il cuore non è solo un muscolo, non è fatto di sola carne o sangue o a questo punto sarebbe collassato, i pezzi sarebbero precipitati in un abisso senza fondo e senza luce. C'è qualcosa di più, una forza incredibile che ha permesso a questi pezzi di non cadere. Sono rimasti incollati al petto. Hanno piantato le unghie e a volte rischiano di scivolare e ci lasciano graffi che fanno un male esagerato, ma non mollano. Stanno lì, imperterriti. Sento che adesso, proprio in questo momento, stanno iniziando a tendersi la mano l'un l'altro.
«Siamo pessimi come ballerini» sussurra lei dopo un po'.
«Per questo balliamo sui tetti di un automobile rotta e non in pista come tutte le persone normali» osservo io. La sento sorridere. Si ferma e si china a cercare qualcosa nella borsa che ha appoggiato ai suoi piedi. Quando si alza in piedi ha in mano una polaroid. «Intrappoliamo il significato profondo di questo momento in una fotografia?» mi domanda.
«Una sola?» rispondo io accennando un sorriso.
Ci spostiamo sull'auto di fianco, quella più vicina al lampione, in modo che la luce possa definire meglio i nostri visi sereni. Scatta un paio di foto. In una sorridiamo. In una ridiamo. In una abbiamo la lingua di fuori. Siamo sempre io e lei, ma siamo tantissime cose. La abbraccio perché è quello che sento di fare in questo momento e la ringrazio di avermi trovato. Quelle ferite sulle dita ci hanno reso estremamente vulnerabili questa notte, estremamente scoperti e la cosa mi piace. Avevo bisogno di stringere qualcuno, di sentirmi dire ti voglio bene e dirlo anche io per sentire quella calma interiore che segue ogni volta che lo dico.
Se gli altri potessero vedere dentro alle persone silenziose come me e Sara, si aspetterebbero di non vedere né sentire nulla. Un silenzio assordante, esattamente come quello che ci avvolge quando ce ne stiamo zitti, come in questo momento mentre guardiamo le nostre foto. Ma non è così. Dentro custodiamo miriadi di pensieri, ci ronzano nella testa in una confusione totale. Il problema è che la voce che sentiamo più forte, quella che ci inonda completamente, è quella delle emozioni. E le emozioni non parlano con le parole."


Lo conoscevate già? Vi incuriosisce?
Ciaooooooo ^___^

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